Social distorsion

Velocità…stress…fretta…crescita…consumi…benessere…produzione…benessere…PIL…autodistruzione.

Queste non sono altro che alcune delle parole che hanno e stanno condizionando la nostra vita, parole nelle quali è rinchiuso molto del nostro passato e buona parte del nostro futuro, a meno che ci si dia una possibilità, diversa.

Siamo esseri umani che, dopo essere nati non per nostra volontà ma per opera di chi ci vuole bene, cresciamo e lo facciamo in un lasso di tempo piuttosto lungo per la media delle specie animali esistenti; durante la nostra crescita non cresciamo solo fisicamente ma anche mentalmente, guidati da informazioni e obiettivi che poi un domani ci distingueranno come adulti.

Giunti al culmine inevitabilmente si scende verso il sunset boulevard, dove i più avveduti cercano di lasciare un lascito ai propri cari e/o simili in modo tale da non essere passati insipidamente durante la loro esistenza.

Partendo dal presupposto assodato che nulla al mondo è per sempre, nè noi, nè gli altri, nessuna cosa o altro essere vivente, nè tantomeno il nostro pianeta, di cui abusiamo continuamente, quindi di certo non farà eccezione il nostro modo di vivere.

In circa un secolo si è passati da una società per lo più agricola, cioè di sussistenza, ad una società industriale poi e dalla fine della II°WW in una società industriale-capitalistica che oggi rasenta la follia per i livelli di produzione e consumi.

Molti dei nostri nonni ancora in vita hanno visto le carrozze e i carretti tirati dalle bestie ed oggi vedono gli ingorghi delle strade; a volte mentre giro per le città  mi capita di vedere persone molto anziane che hanno uno sguardo perso, da cui traspare una sensazione di incredulità per il caos e la moltitudine di auto che li circondano e questo mi ha sempre fatto riflettere:”…chissà cosa sta pensando quella vecchietta, probabilmente crederà di sognare o di essere in un mondo che lei stessa mai avrebbe creduto di vedere e abitare”.

Ok adesso andiamo al dunque: la nostra società attuale è ultra-capitalistica, si corre tanto,  si lavora tanto, si produce tanto, si consuma troppo, mediamente si guadagna poco in relazione a quanto speso, ma soprattutto nonostante tutto questo sforzo continuo per fare fare e fare…alla fine molto rimane o viene scartato, decisamente troppo.

Da decenni gli stati, l’industria, il commercio e le persone sono spinte a produrre, lavorare, spendere e consumare nel nome della crescita, a tutti i costi.

Tutti si riempiono la bocca con l’affascinante ma ormai stucchevole parola magica CRESCITA, sempre e solo crescita, non importa se questa non è assolutamente sostenibile a rigor di logica nel lungo periodo, quindi perchè perder tempo a rendersene conto quando non si può ammettere il contrario, ovvero che siamo ad un livello in cui tutto questo difficilmente troverà nuovi sbocchi.

Bisogna crescere,  molti se ne riempiono la bocca con l’abile arte della parola tanto cara ai politici, perchè chi non vuole crescere non prende voti e quindi non comanderà e non avrà il potere.

Crescita presto!!!…non bisogna perder tempo perchè si deve sempre e solo pensare a crescere, in nome del progresso, del benessere acquisito sin qui, perchè se non si cresce ci verrà palesata la consueta minaccia di vedere svanire quanto di buono avuto sino ad oggi …e soprattutto bisogna crescere nel nome dei nostri figli, i quali troveranno un mondo migliore, così come è stato per noi e i nostri genitori…ma ne siamo certi?…di certo c’è che l’arte della retorica e dei luoghi comuni sono certamente migliori e sempre affascinanti.

I processi produttivi attuati negli ultimi 40-50 anni mostrano benissimo il rovescio della medaglia di tutto questo “progresso” e sono tra le principali cause di quello che è lo scenario attuale di crisi, economica prima e sociale poi.

Se l’unica cosa che conta è produrre tanto, allora l’unica cosa da tenere in evidenza è il fattore tempo, quindi la velocità del processo produttivo, dove per una sorta di equazione fine a stessa più velocemente lavoro, più velocemente produco, più velocemente vendo, più velocemente guadagno, più velocemente cresco e divento importante, tipico assioma fallico e fallace.

Mai come oggi ci si rende conto che siamo in sovra-produzione, e questo proprio grazie ai nuovi processi produttivi ad alta velocità, con enormi magazzini stipati pieni di beni pronti per essere trasportati presso il punto vendita, dove poi qualcuno è in grado di riempire gli scaffali dei nostri iper-market anche 3 volte al giorno, perchè uno scaffalle semivuoto non è bello da vedere o peggio è indice di poca produttività.

L’attuazione e l’evoluzione sempre più esasperata di questi processi produttivi ha portato però l’uomo a flagellarsi con le proprie mani, inesorabilmente anno dopo anno, l’uomo è stato gradualmente estromesso dagli stessi processi produttivi che egli stesso ha creato, i quali  grazie all’avvento di tecnologie e macchinari sempre più evoluti sono in grado di produrre di più e meglio anche senza l’ausilio dell’uomo; quando proprio è necessario ne basta giusto uno di uomini per accendere il computer o la macchina del caso per dare il “la” ai processi produttivi automatizzati, come se questo fosse una sorta di gentile concessione delle macchine all’uomo, bello eh?!?!

Chiarisco subito onde evitare ipocrisie inutili che non sono contro al progresso e che non vivo come un eremita, ma quando qualcosa, una qualsiasi cosa viene volutamente portata all’eccesso non mi piace, perchè poi di certo c’è che vi saranno delle conseguenze da pagare altrettanto eccessive.

Se in una fabbrica o in un’industria sino a 20 anni fa occorrevano 100 operai per fabbricare qualcosa, prima della crisi ce ne volevano forse 50, oggi purtroppo molti di meno quand’anche la fabbrica non sia del tutto chiusa a causa della crisi; quindi è ovvio che più intensifico i processi produttivi, più questi si evolvono, meno persone lavorano, anche in condizioni di non-crisi.

Se poi malauguratamente accade di trovarsi nella più grave crisi economica-sociale di sempre il tutto assume connotazioni tanto evidenti quanto drammatiche sia dal lato di chi produce, ovvero le aziende, sia dal lato di chi dovrebbe consumare, cioè tutti noi.

Mi pare evidente che ci si è spinti troppo in la con le pretese capitalistiche e commerciali, senza mai considerare che a tutto c’è un limite e che, il primo limite è del tutto naturale ed è il nostro pianeta.

Studi recenti hanno riportato che in un secolo di industrializzazione le risorse del pianeta si siano pericolosamente ridotte a causa dello smodato consumo posto in essere dalle popolazioni “sviluppate”; per converso è aumentato a dismisura l’inquinamento e la popolazione umana, quindi siamo in una sorta di circolo vizioso.

Non ho assolutamente la pretesa che chi legge questo post sia d’accordo con me, l’opinione e il libero arbitrio sono sempre rispettabili e dovuti, ma il libero arbitrio tout court ci ha portato sino a qui.

L’indole e l’intelligenza umana ci dovrebbero portare non solo a crescere, ma a farlo nel migliore dei modi possibili, quindi le persone cercano sempre di migliorare la propria condizione di vita a prescindere da tutto e tutti; purtroppo troppo spesso lo fanno però senza curarsi delle possibili e oggettive conseguenze che le proprie azioni hanno sugli altri e quindi anche su loro stessi.

L’uomo si sta suicidando con le proprie mani e con la propria intelligenza, ovviamente declinata nella sua peggiore applicazione possibile, l’avidità.

Noi esseri umani siamo avidi di tutto…dai soldi che sono il mezzo per ottenere di più ed è quindi un derivato dell’avidità stessa, alla fama di potere per essere ben riconoscibili all’interno del nostro “branco” e quindi esercitare potere e ricavarne benefici, ovviamente a discapito degli altri, altrimenti che benefici sarebbero.

Siamo avidi di vita e di tempo e quindi consumiamo tutto e in grandi quantità nel più breve tempo possibile, sprecando buona parte di quello che realmente di ci serve, come se ciò che consumiamo fosse infinitamente disponibile, peccato che cosi non sia, anzi; senza contare quei 3mld circa di persone che non contribuiscono a questo forsennato consumismo in quanto indigenti assolute.

Una società basata unicamente sul concetto di crescita è destinata a scomparire, o per demerito proprio tramite l’avidità e l’ingordigia o per esaurimento “altrui”, cioè delle risorse del nostro pianeta.

Noi umani siamo in grado di pensare, analizzare e riconoscere ciò che per noi è vitale e quindi dovremmo avere anche il dono del limite, se non altro in nome del valore di ciò che abbiamo ancora disposizione e che ci rende la qualità della vita tutto sommato ancora discreta.

Oggi i leaders politici, gli economisti e gli industriali non fanno altro che ricordarci quanto sia allarmante la disoccupazione, la quale  si è aggravata ulteriormente a causa della crisi,  tutti ne parlano, molti varano politiche e riforme propagandistiche che hanno il nobile obiettivo di ridurre drasticamente la disoccupazione cercando la soluzione a questo grave problema, oggi come non mai.

Praticamente tutti gli esponenti politici e istituzionali ritengono che la principale causa di disoccupazione sia derivante dalla mancanza di crescita, come se questi due fattori siano inversamente proporzionali e indissolubili tra loro.

Tutti si adoperano e cercano la soluzione per debellare la disoccupazione, nessuno che però si prenda la briga di studiarne e capirne i motivi che hanno portato a tutto questo.

Giunti a questo punto del nostro processo di sviluppo a prescindere da tutto e tutti, credo che sarebbe opportuno soffermarsi a riflettersi su quanto prodotto, in che modo e soprattutto dei danni collaterali avuti in relazione a tutto ciò.

Siccome nessuno ha ancora inventato la macchina del tempo, sarebbe meglio rendersi conto dei danni arrecati non solo all‘eco-sistema, ma anche alla nostra società, la quale è assolutamente incapace di autoregolarsi per un futuro sostenibile; sarebbe già un grande risultato fermarsi qui e imparare una volta per tutte il concetto di limitazione dei danni.

Visto che non possiamo recuperare ai danni fatti in un solo secolo di crescita umana, almeno fermiamoci prima che sia troppo tardi e poniamo in essere quei comportamenti che possano garantirci ancora un futuro degno di questo nome.

La nostra società è basata sul lavoro, tanto lavoro per produrre quanto più possibile e quindi se io lavoro tanto dovrei produrre tanto, non sempre questo corrisponde a verità; di certo c’è che se io lavoro tanto in termini di ore, altri non lavoreranno affatto perchè io sono in regime di sovra-produzione e quelli che non lavorano, non guadagnano e quindi non spendono i soldi che non hanno per comprare quello che io produco.

Ma chi lavora tanto, di conseguenza avrà poco tempo a disposizione per consumare e quindi sarà indotto a consumare meno di quanto stimato da chi produce attraverso elaborati sistemi che identificano e regolano la velocità dei processi produttivi, che però sono sempre spinti in avanti e mai indietro, tranne quando falliscono e si schiantano contro il muro dell’ovvia sovra-produzione sui consumi che non riescono a tenerne il passo, la vecchia regola dell’offerta che supera abbondantemente la domanda.

Se tutti, con un po’ di buon senso ci rendessimo conto che bisognerebbe produrre in modo diverso, per buona pace della fretta di produrre quel bene, che poi giace sugli scaffali per giorni/settimane in attesa di essere venduto, quando nel mentre chi ha prodotto quel bene continua a sfornarne migliaia ogni giorno, ecco che forse questo sarebbe già un primo passo nel verso della consapevolezza.

Lo sforzo più grande sta nel cambio di mentalità da mettere in atto e nei tempi in cui questo deve essere fatto.

Voi direte che gli interessi in gioco sono molteplici, enormi e in mano a mani talmente forti che non hanno alcun interesse a che qualcosa cambi, almeno nell’immediato.

Purtroppo mi pare che questo triste pensiero sia ancora abbastanza attuale ma, la crisi che noi tutti stiamo vivendo in prima persona è di una ferocia tale da aver instillato in tutti noi un modo di vedere le cose diverso e meno auto-referenziato rispetto a qualche anno fa, un modo più umano e quindi leggermente più sensibile, vuoi per il bene del portafoglio, vuoi per maggior presa di coscienza che si può viver benissimo anche con meno e soprattutto con un etica maggiore, intelligentemente.

Il processo da porsi in atto gradatamente e con quel buon senso che sino ad oggi è mancato è quello di una decrescita sostenibile da attuarsi nei prossimi anni, partendo dal cambiare quei comportamenti, quei processi produttivi e quelle regole che hanno contribuito alla creazione di quello che oggi abbiamo davanti agli occhi e che di certo non è positivo.

Come sostiene il filosofo Latouche, non è assolutamente vero che non vi sia giustizia sociale senza crescita, tutt’altro, poichè oggi in nome della continua e ripetuta promessa di ritorno alla crescita viviamo in un incubo sociale, che noi stessi abbiamo contribuito a creare più o meno consapevolmente e nel suo nome veniamo costretti ad accettare condizioni penalizzanti, talora vessatorie con la rinuncia di diritti fondamentali, e questi enormi sacrifici sociali ed economici ci vengono propinati proprio dagli stessi attori che maggiormente hanno contribuito allo scenario attuale avallando politiche industriali poco lungimiranti.

Quindi se la favola della crescita infinita ha prodotto lo scenario di oggi perchè continuare su questa strada, perchè invece non tentare un cambiamento basato sulla sostenibilità?…non solo in chiave ambientale che è la condizione primaria per poi sviluppare tutte quelle soluzioni dove la qualità di vita, di lavoro e di produzione svolgono il loro reale ruolo per una società civile, moderna e sviluppata.

Pensate che sia uno scenario fiabesco tutto ciò?…può darsi, di certo c’è che oggi invece siamo dentro ad un girone infernale che ci sta bruciando tutti e molto velocemente, senza apparenti soluzioni nell’immediato, quindi perchè non tentare una serie di cambiamenti che mai come oggi sono indispensabili?

Il Prof. Gadrey con molta sagacia e semplicità ci fa notare come oggi si viva nel nome del PIL, come se esso fosse un simbolo di forza assoluta e di potere, dove però per calcolare il PIL vengono valutati solo determinati fattori di produzione: “l’uomo che coltiva le patate nell’orto contribuisce al PIL, ma non la donna che le cucina”.

Quindi che favola ci sta raccontando “qualcuno” sopra di noi?…e non sarà per caso quel “qualcuno” preposto a prendere le decisioni in nome e per conto nostro?…siamo certi che quel “qualcuno” sia adatto, preparato e competente?…o che sia semplicemente e tragicamente un inetto?!?!

Are we human or are we dancer?

 

 

Riproduzione riservata.

OVEROVER2 OVER3 OVER4Overproduction

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