Luoghi comuni

Cos’è un luogo comune?…ognuno di noi potrebbe dire la propria in merito e con notevole cognizione di causa e non è detto che ciò che si ascrive a codesta categoria sia necessariamente vero o abbia un fondamento scientifico, più semplicemente è un concetto molto diffuso ed universalmente accettato dalla massa.

Per quanto riguarda l’asettico mondo finanziario, il luogo comune o i luoghi comuni raggiungono il massimo della loro potenzialità, arrivando a scalare tutte le posizioni della hit parade riguardante, raggiungendo indiscutibilmente il numero uno; il motivo è abbastanza ovvio e si riconduce alla grande attrattiva, enorme magnetismo ed abnorme importanza che il vil denaro ricopre per molti di noi, per alcuni addirittura è vitale, nel senso che viene prima della salute e degli affetti.

Questo aspetto, tanto vero quanto triste, trova radici sin dalla notte dei tempi della civiltà umana, da quando la società ha abbandonato il baratto per la moneta di scambio e il concetto di profitto, le prime monete con contestuale diffusione nella società risalgono addirittura al 800 a.C.

Di luoghi comuni si vive, perchè molte, troppe persone basano la loro intera esistenza e di conseguenza le azioni che compiono durante la stessa, sulla base di ciò che la società stessa ritiene sufficientemente sicuro, condiviso e quindi innocuo dal punto di vista del rischio intrinseco.

Per quanto mi riguarda questo è un discorso troppo semplicistico, frutto più dell’ignoranza diffusa, della mancanza di curiosità e conoscenza ed anche di un certo menefreghismo figlio del finchè va bene va bene e al diavolo le conseguenze.

Negli ultimi anni, molti dei luoghi comuni applicati alla finanza sono stati spazzati via dalla realtà, quella realtà che magari resta latente per anni, a volte decenni, ma prima o poi si manifesta in tutta la sua forma, interezza ed intensità, come una tempesta perfetta.

Il vantaggio è che di tempeste perfette per fortuna ne capita una ogni tot anni, a volte anche di più, lo svantaggio è che molte persone non solo pensano che non potrà mai accadere un evento così funesto e di portata talmente grave da poter mettere in serio pericolo la loro esistenza per come essi stessi la considerano ma, in nome di una caratteristica prettamente umana, che risiede nel nostro cervello, queste persone pensano che un evento del genere non possa ripetersi una seconda volta, stupefacente capacità umana di avere la verità in tasca o peggio, di erigersi a Supremo.

Siamo un popolo nato e cresciuto a suon di titoli di stato, ognuno di noi ne ha fatto la conoscenza, o per scelta propria o per eredità di concetto famigliare; essi sono stati il nostro pane quotidiano, i nostri biscotti Plasmon da sciogliere nel latte, per molti un viatico per garantirsi una discreta se non ottima rivalutazione del proprio capitale, perchè chi sottoscrive titoli di stato non rischia nulla e ha il capitale garantito, come no?!?!…chiedetelo ai cugini argentini, che razza di olio di ricino hanno dovuto bere loro malgrado.

Eppure, al cuor non si comanda e tutt’oggi, moltissime persone continuano a fare la stessa domanda:”voglio investire solo in cose sicure e con il capitale garantito”…cose sicure quali?…capitale garantito da chi?…avete forse mai visto un contratto di sottoscrizione di un titolo di stato con sopra scritto a caratteri cubitali in rosso “capitale garantito”?…io no.

Vedete, il problema non è credere alle favole o pensare che si possano perdere soldi, ma più semplicemente rendersi conto che chi non risica non rosica, e questo ha valenza in tutti gli aspetti della vita, non solo quando si parla di soldi.

Io per primo non temo di sottoscrivere questo o quel titolo di stato o ritengo sia sbagliato farlo, più onestamente riconosco il fatto che compiendo questo affidoi miei risparmi per un certo periodo di tempo allo Stato, quindi dò fiducia ad una Istituzione che mi sta promettendo (non garantendo!!!) che a tal data di scadenza mi restituirà tutto il mio capitale investito e nel contempo riceverò anche un premio per aver accordato la mia fiducia in esso, nulla di più, nulla di meno.

Molti italiani hanno fatto la conoscenza della parola rischio, della parola realtà e della tempesta perfetta che si è abbattuta sui mercati, specialmente sul mercato dei titoli di Stato, da agosto 2011 sino a dicembre dello stesso anno; lo shock sulla società, sulle persone e sui luoghi comuni fu veramente grande, e questo naturalmente vale anche per chi scrive.

Non fui troppo sorpreso dall’arrivo della tempesta perfetta, quanto dalla sua intensità e violenza, che ovviamente non potevo conoscere e che superò ampiamente la mia immaginazione, figuriamoci per l’uomo della strada o la casalinga di Voghera, che si trovarono completamente inermi, indifesi e spazzati via da cotanta veemenza.

Sai com’è, nessuno si sarebbe potuto aspettare che il valore dei propri bot e btp scendesse rispettivamente di 5 e 15 punti percentuali in così poco tempo, ma l’aspetto centrale e che fece molto più male e che per molti investitori tutto questo fu inspiegabile, incredibile e insopportabile, con le spiacevoli conseguenze che parecchi risparmiatori italiani svendettero i loro amati titoli di stato, quegli stessi “compagni di una vita” di beate dormite tra due cuscini d’improvviso si erano trasformati nel demonio, nel peggior incubo che potessero conoscere per i loro risparmi e di conseguenza per il proseguio della loro vita mediana.

Se poi a suffragare il tutto arrivano anche le università dei luoghi comuni, cioè i media, il dado è tratto.

Tante, troppe persone decisero malauguratamente di capitalizzare ingenti perdite, svendendo letteralmente i loro bot e btp sull’onda del principe dei luoghi comuni di allora, il default dell’Italia con contestuale crash dell’€…sapete poi com’è andata a finire vero?

Ma siccome spesso i luoghi comuni sono come i cioccolatini, ovvero che uno tira l’altro, ecco che durante il manifestarsi della nostra tempesta perfetta, si fa largo un altro nobile luogo comune e, siccome sembrava di essere sotto il diluvio universale finanziariamente parlando, quando ci si trova sotto al diluvio si cerca un rifugio no?!?!…meglio se il rifugio è caldo, accogliente e dorato.

A questo punto irrompe sulla scena un altro luogo comune importante per l’italiano, non alla stregua del “Re mattone” che non se la sta passando proprio bene il cui regno ultimamente è piuttosto desolato, ma diciamo il fratello minore, l’Oro; da sempre, sin dall’antichità viene considerato come valore che non perde valore, quindi corsa all’oro fu, inutilmente.

L’oro è già da qualche anno che saliva, saliva e saliva, più precisamente dal 2005, quindi dopo 6 anni, il cui prezzo si era “solo” quintuplicato, segno che i “soliti noti” avevano già acquistato il prezioso metallo giallo a prezzi tra i 400-800 $ oncia e che con ogni probabilità durante quei fatidici mesi del 2011 hanno venduto qualora non l’avessero già fatto ampiamente ripagati dall’investimento fatto anni prima a prezzi non gonfiati; certo per onor di cronaca qualche investitore particolarmente all’avanguardia e maggiormente avveduto aveva anch’egli acquistato oro nei primi anni della sua salita, quindi a prezzi ancora congrui, il tutto considerato come piccola diversificazione in ptf, assicurandosi eccellenti guadagni, che però molti come al solito non hanno saputo capitalizzare a causa sempre caro e immortale luogo comune che tanto l’oro sarebbe salito ad libitum, come no.

L’oro d’incanto smise di luccicare e alla faccia del bene rifugio per eccellenza, crollò proprio in concomitanza con l’acuirsi della crisi mondiale di ago-dic 2011, lasciando come al solito il cerino in mano ai tanti ritardatari che si erano abbuffati del prezioso metallo…del resto come in tutte le mode che si rispettino chi in quei anni non aveva in ptf o non comprava oro fisico era considerato alla stregua di un diverso quando non proprio uno sfigato.

Se l’oro avesse avuto realmente la funzione di bene rifugio avrebbe dovuto sfondare il muro dei 2000$ oncia durante quei  fatidici mesi ed invece scese di un buon 15% per poi non rivedere più i suoi valori massimi e, oggi lo ritroviamo mestamente sui 1200$ oncia in quanto la paura e la tempesta sembrano essersi diradate definitivamente, ma credetemi, sono ancora moltissimi coloro che hanno rilevanti investimenti in oro quando ancora non l’abbiamo acquistato proprio fisicamente ed in abbondante quantità, e li tutto si complica ulteriormente.

L’ennesimo  luogo comune che voglio affrontare è quello per cui investire sull’azionario è rischioso, del resto anche uscire di casa al mattino lo è, ma tant’è…la leggenda tale per cui investendo sul mercato azionario si perde sempre e quindi meglio stare alla larga gode sempre di un certo successo. Certo nessuno è obbligato ad assumersi rischi che non vuole e che non è in grado di tollerare, ma tant’è, è il miglior mercato degli ultimi due anni per rendimenti, i quali ovviamente sono correlati al rischio preso, quindi particolarmente alti e sempre per il vecchio adagio di cui sopra, chi non risica non rosica.

Nessuno o per lo meno pochi se lo sarebbero aspettato, non tanto per il recupero post shock 2011, quanto per il proseguio roseo senza soluzione di continuità, almeno sino ad oggi; poi per carità, ad onor di cronaca e per far felice il popolo dei detrattori, di cui sono un esimio membro ma non per partito preso, ma per viscerale attaccamento al vecchio ed odiso concetto che i mercati dovrebbero riflettere lo satto reale dell’economia sottostante. Quindi mi devo arrendere e prendere atto che i mercati azionari sono saliti perchè aiutati, spinti e soprattutto finanziati con soldi pubblici, immessi come ben sapete dalle rispettive banche centrali, BCE esclusa…troppo sfacciato per la colta e nobile (…un tempo) Europa abbassarsi a cotanta becera volgarità finanziaria anglossassone.

Esiste poi un luogo comune che ormai è endemico tra gli investitori italiani, i quali non sono sempre stati bastonati dai mercati ma, talvolta vengono anche premiati dagli stessi, riuscendo ad avere importanti guadagni in ptf, guadagni che ogni tanto sono talmente elevati quanto insperati che dovrebbero far riflettere i più, soprattutto quando questi good gains si manifestano in poco tempo e su strumenti finanziari insospettabili, come per una sorta di legge del contrappasso dove chi prima tanto ha patito poi tanto più raccoglie con gli interessi.

Molti risparmiatori italiani hanno come linea di demarcazione assoluta in termini di tasso di interesse il fatidico e accattivante 3%, al raggiungimento del quale si ritengono soddisfatti della rendita derivante dal proprio capitale e vivono in pace, al contrario, se questa fatidica soglia non viene raggiunta si affacciano sentimenti come la delusione, il mancato raggiungimento di un’obiettivo vitale e la mancanza di felicità indotta dal denaro.

Bene, quasi tutti sono bravissimi a fare i conti se manca qualcosa o se si è guadagnato troppo poco rispetto al fatidico cancello del 3%, ma quasi nessuno riesce a fare i conti sul proprio capitale quando questo si è rivalutato più del “dovuto” o di quanto seminato ed auspicato in precedenza; praticamente il 99,99% dei risparmiatori che si trovano in questa seconda, comoda ed invidiabile condizione non si rendono conto o peggio, non vedono la cosa più ovvia che si para davanti ai loro occhi, un extra guadagno.

La risposta a chi gli fa notare che potrebbero anche prendere in considerazione di capitalizzare l’extra guadagno maturato è sempre la stessa:”…e poi cosa faccio?…su cosa andiamo ad investire dopo?”.

Sarò drastico: ma perchè invece di pensare a capitalizzare un extra guadagno molti pensino al cosa fare dopo…eventualmente…per forza devono subito pensare a come re-investire il capitale appena venduto???…non sarebbe meglio focalizzarsi sul fatto che finalmente si sta guadagnando e anche più del dovuto?…non sarà meglio pensare se approfittare di questa situazione e capitalizzare?…perchè sino a quando non si è venduto e quindi capitalizzato non si è guadagnato nulla, sono solo denari virtuali.

Dopo, nel caso e non per forza immediatamente si penserà a come ri-allocare il capitale, ma solo se vi saranno opportunità di investimento congrue e adatte al proprio profilo e non necessariamente perchè si è appena venduto che necessariamente bisogna re-investire a tutti i costi, o con la fottuta fobia del “…ma se lascio i soldi in c/c non prendo nulla”…quindi seguendo questo discorso insensato…tanto vale investire subito e magari dopo un mese trovarsi in perdita sul prodotto prescelto, ma nel contempo la coscienza è a posto, meno il ptf, ma almeno non ho lasciato i soldi in c/c senza prendere niente, difatti ci sto perdendo.

Ma questo caso specifico appena espresso fa parte di un discorso già “avanzato”, che prescinde dal fatto che l’investitore in questione abbia venduto ciò che era in extra guadagno nel proprio ptf, quindi nel peggiore dei casi appena elencato sopra egli starà perdendo un po’ del guadagno appena capitalizzato; ma quello che non riesco a comprendere è l’atteggiamento di coloro che, pur liberamente ci mancherebbe, non vogliono mai prendere profitto e tengono il prodotto in extra guadagno in ptf a tutti i costi, non seguendo la loro logica del 3% da essi stessi tanto agoniato e quindi si parla di incoerenza.

Se su un prodotto di investimento, ad esempio un normalissimo titolo di stato sta guadagnando il 6% sul prezzo d’acquisto, come ad esempio ampiamente accaduto nel 2012 e primi mesi 2013, dove i btp hanno avuto performance anche ben maggiori, coloro che li avevano in ptf, valutandone la vendita avrebbero portato a casa almeno il 6% per l’appunto, raddoppiando così il guadagno atteso e sperato del 3%, e questo in un solo anno.

Provocatoriamente parlando si sarebbero anche potuti concedere il “lusso” di tenere i propri soldi in c/c per un altro anno con un tasso d’interesse pari a zero sul c/c stesso, ma del 3% reale,  riveniente dall’extra guadagno appena capitalizzato; non mi sembra un’operazione di alta finanza, peccato che molti non l’abbiano colta quest’occasione, peccato.

Per affrontare l’ultimo luogo comune, userò il vecchio detto che:”una mela al giorno toglie il medico di torno”…ai giorni nostri la mela in questione ha un nome noto, Apple, azienda assolutamente pioneristica e capace non solo di rivoluzionare il mondo tecnologico negli ultimi 10 anni, ma anche capace di annientare e annichilire la concorrenza, fatta di colossi e solide realtà come Nokia, Motorola e Blackberry solo per fare il nome di alcuni che hanno pagato dazio a Cupertino.

Chiunque che voglia rendersi conto dei cosa ha significato Apple dal lato finanziario lo evince dal grafico di borsa riguardante l’omonimo titolo azionario, letteralmente una salita all’Olimpo, o per non scomodare gli Dei, unastairway to heaven” per chi ci ha investito in tempi non sospetti, dagli 11$ del 2003 sino alla soglia dei 700$ del settembre 2012, una salita interrotta solamente dalla crisi del 2008 innescata da Lehman che ne dimezzò il valore da 200 a 100 dollari, ma anche qui con ogni probabilità buona parte di chi l’aveva acquistata intorno ai minimi ai tempi dei primi i-pod e i-phone se ne era già liberata con viva e vibrante soddisfazione per parafrasare qualcuno che veste le vesti del Re.

Nessuno avrebbe pensato che poi potesse arrivare sin lassù a toccare i 700$ e in modo così devastante, replicando di fatto il devastante andamento societario, in senso positivo ovvio, divenendo la società con la più ampia capitalizzazione di borsa, con una liquidità disponibile tanto grande quanto inconcepibile, con la quale Apple potrebbe acquistarsi in un sol boccone tutto il nostro listino principale (FTSEMIB) e “solo” il 35-40% di quello tedesco, fate vobis di che cosa stiamo parlando.

Ebbene anche Apple, sulla scia del successo dei suoi rivoluzionari e magnifici prodotti, ha consacrato nel suo brand il must have di ogni cittadino mondiale che non viva in assoluta povertà; i fenomeni sociali a cui assistiamo sono più simili al fanatismo e alla becera ignoranza che ad una mens sana in corpore sano, ma non è mia intenzione farne disserzione qui e adesso, anche di questa triste sfaccettatura umana ma, bensì del fatto che: dopo che Apple aveva inventanto i-pod facendo chiudere migliaia di negozi di dischi e rivoluzionando il mondo della musica…dopo aver inventato il primo smartphone figo-facile-e di successo abbia annientato chi era considerato il guru dei cell-phones come Nokia e Motorola e più tardi il concorrente smart but not  so lucky come Blackberry…e dopo aver annichilito con l’ipad i produttori di pc del mondo intero…cosa mai avrebbe dovuto inventarsi per continuare la sua salita verticale in borsa?

Nel 2012, quando si sprecavano i consigli buy…all in…we’ll see 1000$ for Apple…la mela era bella che matura e se non la si coglie, si rischia che marcisca sull’albero, questi consigli del tutto disinteressati e ripetuti in ogni dove, anche al bar, di comprare Apple perchè erano soldi facili…cioè stiamo parlando di Apple non so se hai capito!?!?!…quindi affrettati capito!?!?!…come si affrettano gli inglesi al pub quando suona la campana che segnala che da li a 5 minuti il bar non servirà nè più birra nè whisky e quindi chi vuole ancora continuare a bere si affretta a prendere pinte e pinte di birra in preda ad una sete smodata che tutt’altro è tranne che sete.

Apple per continuare a salire avrebbe dovuto e, magari lo farà nei prox mesi, inventarsi l’ennesima “it thing” con cui lasciare a bocca aperta tutti, ancora una volta, ma anche all’Apple son pur sempre umani e di conigli dal cilindro ne hanno già sfornati parecchi non trovate?…soprattutto se considerate l’esiguo lasso temporale in cui tutto questo è accaduto, dopo tutto 10 anni non sono moltissimi per cambiamenti così epocali dal punto di vista aziendale, poi chiaro che il segmento in cui opera Apple amplifica il tutto e comprime in pochi anni, cambiamenti che per esempio nell’Industria avvengono in più tempo.

Apple non è riuscita a tirare fuori l’ennesimo coniglio bianco, l’ennesima novità e il nuovo prodotto in grado di stupire ancora una volta il mondo intero, non è riuscita a mantenere i frenetici, inspiegabili e sbagliati ritmi del mercato, quello stesso mercato che ti premia e ti manda in estasy, almeno sino a quando rispetti le sue fottute regole, prima fra tutte il tempo, la tabella di marcia e il timing con cui ti devi approcciare a lui, ovvio che tutto ciò non sia sostenibile nel tempo, per nessuna azienda quotata, Apple compresa. Quindi il titolo di Cupertino è sceso sensibilmente, in finanza si dice che sali per le scale e scendi con l’ascensore, per indicare che si sale lentamente e si scende velocemente; Apple non è crollata, semplicemente ha tirato fiato, passando in pochi mesi da 700$ ai 400-440$, segno dei tempi, dell’eccessivo entusiasmo basato solo su rumors, più probabilmente fine del suo periodo migliore (per ora) e infine segno di una maturità aziendale acquisita anche con un ritraccio di un buon 35%.

Oggi Apple, sta riprendendo quota e viaggia sui 540$ per azione, vedremo se saprà stupirci ancora una volta, del resto si sa…che morsicare una mela è peccato.

Quale sarà il prossimo luogo comune a cadere in disgrazia?

 

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