Eyes wide shut

Come ho scritto nel precedente post Club Tropicana, chi tira le fila del mondo ha in mente una strategia che non deve attuarsi nell’immediato ma che, spesso trova la propria attuazione in un arco temporale piuttosto lungo. Questo perché col tempo tutto si dissolve, si dipana e appare come ovvio e inevitabile agli occhi dei normali.

Uno degli aspetti che maggiormente mi ha colpito negli ultimi anni è l’aumentare di coloro che si sono iscritti all’Università nel corso degli ultimi 20 anni rispetto ai dati di fine anni ’80-inizio anni ’90, non solo in Italia ma in tutto il mondo; per il momento mi soffermo ad analizzare l’aspetto italico della questione, sia dal punto di vista sociale-demografico che economico, e poi magari diamo anche un’occhiata a ciò che accade al di fuori dei nostri confini.

Negli anni 90 non era assolutamente “obbligatorio” andare all’Università per avere in mano la Laurea “il pezzo di carta” per eccellenza e, con quello avere spalancate le porte del mondo del lavoro o almeno avere una porta d’ingresso preferenziale rispetto a coloro che non avevano conseguito la Laurea, ed erano tanti.

Ricordo bene che, una volta uscito dalle scuole superiori ebbi anche io per qualche istante la tentazione di iscrivermi ad un dottorato che potesse darmi maggior conoscenza, lustro e possibilità di percepire uno stipendio discreto, ma fortunatamente per me la tentazione durò poco e decisi di andare a lavorare con in mano il solo diploma di maturità, inconsapevolmente feci una delle scelte migliori della mia vita.

Fu una scelta giusta ed opportuna non perché l’Università non mi avrebbe dato quanto mi sarei aspettato, almeno in termini educativi, in quanto finalmente avrei scelto un indirizzo specifico e di mio puro interesse e non un meltin pot di materie vetuste, affrontate unicamente a livello di infarinatura come alle scuole superiori; fu una scelta giusta perché non avendo particolare voglia di imbarcarmi per un periodo di studio di altri 5 anni + altri anni eventuali ma pur sempre graditi spesi in specializzazioni/praticantati a gratis o peggio con master a pagamento, avrei portato in avanti il mio ingresso nel mondo del lavoro di quasi un’altra decina d’anni, senza di fatto acquisire esperienza alcuna sul campo.

Infatti, grazie ad un’economia italiana ancora in salute e ad un mercato del lavoro piuttosto ricettivo trovai subito un impiego, molto modesto ma con stipendio dignitoso, e cosa importante iniziai subito a prendere confidenza con i meccanismi aziendali propri del mondo del lavoro, ma soprattutto ebbi a farmi un’esperienza, parola oggi ascritta al grado di “sacra” nella valutazione di un curriculum vitae.

Molti miei compagni di scuola superiore invece non resistettero al fascino di proseguire gli studi e andarono all’Università, alcuni con le doti congrue, tali per cui il cammino universitario era il naturale proseguio di quanto sapientemente seminato ma, molti altri, la maggior parte per la verità, si iscrissero all’Università con  troppa non chalance, vuoi per la poca voglia di iniziare a lavorare e la molta voglia di continuare a cazzeggiare per qualche altro anno, magari studiando in un’altra città, che garantisse le giuste opportunità di svago terminata la faticosa giornata di studi, possibilmente con la condivisione di un appartamentino in modo tale da non sobbarcarsi il fastidioso avanti e indietro dalla propria città di origine e la suddivisione delle spese di alloggio.

Questa non chalance perpetuata da molti studenti non teneva però conto del rovescio della medaglia, ovvero del fatto che per andare all’Università servono soldi, tanti soldi, che diventano tantissimi se si aggiungono costi come affitto e trasporti, che assumono il  titolo di salasso economico se poi chi si deve laureare in 4/5 anni ce ne mette di più, e il tutto tranne rarissime eccezioni, solo ed unicamente sulle spalle della famiglia.

All’inizio degli anni 90 andare all’Università siginificava per la maggior parte andare a studiare a Bologna, Padova, Milano, Torino, Pisa, Firenze, Parma, Roma etc…invece negli ultimi anni sono sorti corsi di Laurea come funghi, proprio come fosse di moda o peggio obbligatorio andare all’Università per dimostrare di essere idonei a lavorare.

Ancora una volta, l’offerta è andata in contro alla domanda, adeguandosi, e così sono sorti corsi di Laurea dai titoli empirici quanto improbabili ed impensabili sino a qualche anno orsono, molti dei quali con un numero talmente ristretto di iscritti che li confinava più al rango di lezioni private che a corsi universitari veri e propri.

Questo fenomeno esplosivo riguardante gli atenei e il numero dei corsi di Laurea offerti, è stato voluto per attirare a se sempre più studenti in caccia di un titolo come già detto, con l’illusione di una Laurea ad hoc che offrisse ancora maggior i garanzie di impiego futuro, ma anche per sfruttare gli ingenti fondi europei e privati che affluivano presso le Università stesse.

Inoltre, a conferma del fatto che “qualcuno” fosse a conoscenza del fatto che, buona parte dei nuovi laureandi non avesse proprio tutti i crismi necessari e le capacità per arrivare in fondo ai 5 anni lo si deduce dall’introduzuone delle cosiddette Lauree brevi, della durata di soli 3 anni dopodichè viene assegnata comunque un titolo, praticamente una mini-Laurea o Laurea di serie B se preferite; per molti studenti questa è stata l’ancora di salvezza a cui aggrapparsi, in nome di cosa non l’ho ancora ben capito, perchè non credo assolutamente che una Laurea breve dia quel lustro necessario ad avere una corsia preferenziale nel mondo del lavoro, forse più proficuo sarebbe stato andare a studiare all’estero per un triennio, ma questa è un’opinione del tutto personale.

Cerchiamo di ragionare per logica: scuola dell’obbligo sino alle medie, se proprio si è negati la si finisce lì e si va a lavorare, non vi è assolutamente nulla di male, molti giustamente proseguono per le scuole superiori per dare completezza al percorso scolastico ed avere un diploma, qui si è veramente davanti ad un bivio, l’età è quella giusta per entrare nel mondo del lavoro ed anche i periodi a cui faccio riferimento, contingentandoli dal 1990 al 2010 erano prodighi e ricettivi; altra scelta è proseguire ulteriormente gli studi, affrontando seriamente e con le credenziali giuste il percorso Universitario, dispendioso sia in termini di tempo dedicato allo studio, sia in termini economici, quindi optando per questa seconda scelta, non si entra nel mondo del lavoro a tutto vantaggio di chi già sta lavorando e di chi invece un lavoro lo sta cercando in quello stesso periodo.

Quest’ultimo punto è particolarmente importante, perchè continuando a studiare, cioè spostando inevitabilmente avanti di anni un’eventuale impiego, si da per scontato di avere maggiori chanches, nonchè di trovare un mercato del lavoro sempre in salute e piuttosto ricettivo quando si saranno terminati gli studi universitari; tutto questo stile di pensiero però cozza e di molto con le politiche welfare di molti stati occidentali, ove si mettono in atto politiche che spostano sempre più avanti l’età pensionabile, ergo chi già lavora, lavorerà ancora per molto tempo e quindi non lascerà libero e vacante il proprio posto di lavoro ad altri, quindi per chi vorrà entrare un domani, vedrà una delle chanches di cui sopra limarsi sensibilmente. Non gli resta che sperare di trovare domani un mercato del lavoro sempre ricettivo e in salute, in poche parole un’economia globale in continua crescita, che garantisca sviluppo e prosperità a più gente possibile.

Oggi in che situazione ci troviamo?…

In vent’anni di quanto è salita l’età pensionabile in Italia?…che prospettive si hanno in tal senso?…oggi quante possibilità di trovare un lavoro ha un giovane, anche laureato?…quanti soldi ha speso nel contempo per mantenersi agli studi?…ha per caso eroso la quota di risparmio della propria famiglia per studiare?…erodendo il risparmio famigliare, la sua famiglia avrà consumato e consumerà quanto prima o avrà ridotto i propri acquisti di beni/servizi nello stesso lasso di tempo?…consumando/spendendo meno, quindi non facendo girare l’economia, si avranno maggiori o minori possibilità di impiego per chi un lavoro non ce l’ha?

Per quanto mi riguarda, quelle sopra sono tutte domande retoriche alla luce di ciò che è accaduto negli ultimi 10 anni, ma che era stato seminato con largo anticipo da “qualcuno” che ci aveva visto lungo in termini di business;…ok ok, ovvio che la crisi finanziaria-economica attuale ha aggravato pesantemente il tutto, ma da che mondo è mondo il troppo stroppia e un mondo pieno di laureati non serve a nessuno.

Specialmente quando ci si trova alla fine di un processo economico di sviluppo dove è in corso un’importante rotazione industriale, sia a livello geografico, ma soprattutto a livello tecnologico e si sa che la tecnologia, più avanza e più implementa i processi produttivi più tende ad escludere, almeno nell’immediatezza del suo processo l’operato umano, quindi il n° di addetti, che per un’impresa sono costi vivi, con contributi, formazione etc… triste ma vero.

Poi magari una volta partito e metabolizzato questo nuovo processo produttivo tecnologico su scala globale si apriranno nuovi spiragli, con contestuali nuove tipologie di impiego, ma se così sarà, lo scopriremo solo negli anni a venire, non certo oggi e nemmeno tra un anno, poichè i processi produttivi si dipanano in un orizzonte temporale ben più ampio.

Il paradosso che oggi ci troviamo a vivere è che abbiamo a spasso troppi giovani, molti dei quali laureati e, molti di questi hanno già 30 anni qualora non già superati e, purtroppo per loro non hanno ancora lavorato un solo giorno nella loro vita: zero lavoro=zero esperienza=minori possibilità di trovare impiego rispetto a chi invece un’esperienza sul campo ce l’ha. Ovviamente sto generalizzando e non mi riferisco ad impieghi specifici come medicina, legge etc…tali per cui la Laurea è indispensabile per operare la professione.

Per i tempi in cui viviamo, la golden decade che va dai 30 ai 40 anni di età è cruciale per trovare un impiego stabile, perchè oggi a 30 anni si è già vecchiotti per iniziare a lavorare, e a 40 si è praticamente già al limite, quindi resta veramente poco tempo a questi ragazzi/e per mettere il piede in mezzo alla porta del lavoro, crisi permettendo.

In un momento economico dannatamente difficile come quello attuale, avere maturato esperienza, quindi aver lavorato ha un valore aggiunto da non sottovalutare, con ogni probabilità equiparabile alla Laurea in certi casi; perchè si può eccellere a livello teorico ma poi la vita è fatta di pratica e problem solving e chi sta sul campo questo lo vive nella sua quotidianeità, nel bene e nel male.

Sempre più aziende oggi quando cercano qualcuno da assumere cercano persone preferibilmente già professionalizzate, perchè questo significa minor tempo di adattamento e minor tempo “perso” ad imparare, ad adattarsi significa più produttività e maggior ritorno economico immediato senza pericolose e dannose perdite di tempo, il tempo è denaro, oggi più di ieri.

Un altro paradosso attuale…o se preferite il rovescio della medaglia, è che molte aziende stanno cercando persone che sappiano adempiere a lavori manuali, artigianali e logistici, dove spesso non sono previsti titoli accademici, segno che il mercato del lavoro strettamente connesso al conseguimento della Laurea è stato ampiamente saturato, abbiamo più ingegnieri, avvocati, laureati in economia, medicina, scienze politiche etc…che operai specializzati, magazzinieri e artigiani.

Come accennato prima, la ciliegina sulla torta è stato anche il danno economico addotto al risparmio delle famiglie italiane, che per mantenere i propri figli all’Università hanno speso buona parte dei propri risparmi, seminando una dovuta speranza per i propri figli che oggi si sta tramutando in una pericolosa e costosa incertezza; nel contempo il sistema paese è sprofondato economicamente, sotto tutti i punti di vista e questo, come un cane che si morde la coda non fa altro che far diminuire ulteriormente le speranze di impiego futuro, aumentando le incertezze di futura capacità di sostentamento economico delle famiglie stesse che si ritrovano con un figlio/i da mantenere e meno soldi in banca.

Questo ci sta ancora salvando perchè noi italiani siamo geneticamente delle formiche, che dal dopoguerra hanno sapientemente accumulato una sana cultura del risparmio, almeno sino alla generazione dei nostri genitori, arrivando ad accumulare un’elevata cifra pro-capite di risparmio a livello famigliare, dalla quale per l’appunto molti di noi e dei nostri famigliari hanno attinto negli ultimi vent’anni, per qualsiasi motivo.

Provate solo ad immaginare che enorme interessi economici ruotano intorno a quanto ho cercato di riassumere e per quanto tempo essi stessi si riverberano sui soggetti coinvolti, cioè studenti e loro famiglie; inoltre, l’impatto ricade su tutto il tessuto economico-sociale del paese, che vede inesorabilmente accrescere il numero di giovani disoccupati e nel contempo il diminuire dei diritti economico-previdenziali dei restanti cittadini che lavorano.

Al contrario, dall’altra parte dell’Atlantico, in America, sono da sempre più assimilabili a cicale che a formiche e la loro versione è diametralmente opposta alla nostra, non migliore o peggiore, semplicemente diversa.

In USA, dove la meritocrazia è alla base sociale, nel senso che se vali vai avanti, senza aver bisogno di particolari spintarelle, di leccare buste o cose peggiori…di la se vali emergi…e se emergi spesso fai quattrini.

Ma visto che nessuno ti regala niente, tantomeno in USA, dove si paga tutto, per diventare “uno che vale” devi studiare…ma una volta terminata la High School, non basta studiare in questo o quel College e poi successivamente in un’Università qualsiasi; in USA, finita la high-school, da cui si deve uscire assolutamente con bei voti si deve poi riuscire ad entrare in un College di rango e da lì, portafoglio di papà permettendo ambire ad un’Università con la “U” maiuscola, da cui poi le big Corporate USA attingeranno le risorse umane future declinate nei loro ruoli primari.

Ma siccome l’America è la land of freedom per eccellenza, dove tutti, perlomeno in partenza devono avere sulla carta le medesime possibilità di sviluppo e successo, molti e soprattutto quelli che non hanno la famiglia notabile alle spalle, attingono agli Student Loans, che altro non  sono che i finanziamenti per gli studi.

Non vi annoierò con la specifica di come funzionano gli student loans, ma vi basti sapere che buona parte di essi sono garantiti dallo stato federale, quindi dall’America stessa; si differiscono in finanziamenti “pubblici” e privati, ma di fatto sono stipulati come prestiti veri e propri con banche e società finanziarie che richiedono ovviamente in cambio la corresponsione di un tasso di interesse al contraente del prestito, lo studente e/o la sua famiglia.

Anche in America, se hai dei debiti da pagare significa che hai meno soldi da spendere o almeno così dovrebbe essere, ma non è così scontato, specialmente in un Paese dove quando nasci sei già a credito.

Bene, ad oggi l’ammontare complessivo degli student loans ammonta ad oltre 1 trilione di $, cifra astronomica, soprattutto considerando che: una consistente parte di questo trilione è in delinquency rate, ovvero chi ha contratto gli student loans non onora i propri debiti da oltre 90 giorni, e che complessivamente l’ammontare degli student loans in delinquency rate nel corso del 2012-13 hanno superato i rispettivi delinquency rate sulle carte di credito (un must per gli americani), mutui, finanziamenti per auto e ipoteche di secondo grado sulla casa.

Quindi potete ben capire su che razza di bomba economica, l’ennesima, sono seduti gli studenti americani, le loro famiglie e con loro l’economia americana, roba da far impallidire i mutui subprime…a proposito ve li ricordate???

I primi 3 grafici raffigurano la situazione degli student loans americani e come vengono gestiti/pagati, mentre i successivi due riguardano le Università italiane, il primo mostra la variazione degli iscritti nel corso degli anni, mentre il secondo rappresenta come viene gestito il complesso il finanziamento universitario; poi c’è il grafico con i dati OCSE 2008 quindi pre-crisi riguardanti la spesa globale per l’istruzione  paese per paese e in ultimo, i titoli di studio dei leader mondiali.

 

Riproduzione riservata.

STUDENT-LOANS-2STUDENT-LOANS-3STUDENT LOANS 1UNIVERSITA' 1UNIVERSITA' 2OCSE-2011-Cumulative-expenditurebig-leader-university

 

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...