UNA POLTRONA PER DUE

Quando i miei genitori, entrambi di umili origini, con famiglie di estrazione contadina e assai numerose alle spalle, si trovarono nel pieno della loro giovinezza nel boom economico italiano degli anni ’60, dove la classe operaia andò veramente in Paradiso, potendosi permettere di metter su famiglia senza eccessive preoccupazioni, con un tenore di vita tutto sommato tranquillo e godereccio per quei tempi, non avrebbero mai immaginato cosa sarebbe successo invece alla generazione dei propri figli e nipoti.

Non l’avrebbero mai immaginato vuoi perché quando si lavora…si sta bene e, con i soldi guadagnati dal proprio lavoro si riesce a far fronte ai debiti contratti per l’acquisto della casa, che era ed è praticamente tutto per l’italiano medio; gli italiani di allora non pensavano di certo a contrarre altri debiti per beni/cose non fondamentali, più semplicemente se avanzavano un po’ di soldi li si metteva in banca, rigorosamente ed unicamente investiti in BOT e magari il resto lo si utilizzava per togliersi qualche voglia, senza indebitarsi inutilmente.

Arrivarono poi gli anni ’80 e mio padre da BOT people quale era sempre stato, si evolse in Fund people, accecato dalla irresistibile tentazione dei fondi comuni di investimento, dalla loro promessa di rendimenti eccellenti che avrebbero fatto impallidire i polverosi, vetusti e stantii BOT ma, soprattutto attratti dal magnetismo della possibilità di investire in tutto il mondo!!!…persino in Giappone!!!…come si faceva a resistere ad una figata del genere?…ok lo so che il termine “figata” non è ascrivibile agli anni ’80 ma concedetemelo.

Il contagio dei fondi fu ampio, trasversale per classi sociali coinvolte e molto potente sul fronte delle abitudini di gestione del risparmio degli italiani; questa new wave finanziaria ebbe il merito di far aprire gli occhi a coloro, quasi la totalità, che investivano sempre e solo in titoli di stato o tuttalpiù in libretti bancari o buoni postali. Ma come tutte le onde, specialmente quelle grandi e maestose, sono molto belle da guardare, entusiasmanti da cavalcare per chi ne ha le capacità, a patto di essere eccellenti surfisti e quindi di saper valutarne le condizioni in relazione alle proprie capacità di surfista, ma resta pur sempre il fatto che sono molto pericolose; bisogna conoscerne il loro reale potenziale, il loro point break e soprattutto l’onda di reflusso che ne consegue, la quale è sempre forte e travolgente come l’onda stessa da cui proviene…è vitale.

Durante gli anni ’80…i meravigliosi, leggeri, colorati, spumeggianti e stupefacenti anni ’80, tra paninari e metallari, gli anni degli uomini con i capelli lunghi con la permanente e le ragazze con ciuffi alquanto improbabili e i jeans a vita alta; negli anni ’80 quasi tutto splende sotto al sole, mercati compresi e come in tutte le mode che si rispettino chi arriva per primo è quasi un incompreso, proprio come un pioniere o un esploratore, che quando parte viene visto per matto a lasciare la certezza del proprio florido orticello per terre lontane, sconosciute e pericolose…la terra promessa.

Inoltre, perché vengano considerate come tali, tutte le mode, hanno bisogno di credibilità e largo consenso, perché devono essere fruibili alla massa altrimenti non sarebbero tendenze irrinunciabili; quindi condizione primaria affinchè la moda dei fondi comuni d’investimento fosse irresistibile a più risparmiatori possibili è che i mercati fossero supportivi, ben intonati alla salita e che gli strumenti ad essi collegati per la massa, i fondi comuni per l’appunto, funzionassero discretamente, portando guadagni discreti, in grado di confermarne la bontà dell’investimento fatto e scardinare le certezze del must BOT in termini di rendimento.

Accadde così che diverse tipologie di fondi maturarono risultati eccellenti, in particolar modo i fondi azionari, seguiti a ruota dai bilanciati, ovvero quella sorta di mix tra obbligazioni e azioni a cui il risparmiatore italico non seppe resistere, perché non gli parve vero di poter tenere il piede in due scarpe e guadagnarci pure, the italian way.

Come ho detto prima i mercati e le borse tiravano non poco, con cicli economici che “garantivano” anni di positività intervallati periodicamente da periodi di ritraccio, senza che però questi comportassero crolli, panico e mancanza di fiducia degli investitori, nemmeno di quelli più ingenui (molti di noi italiani)…in una parola nessuna fuga di capitali dai mercati e dai fondi.

Sempre più italiani avevano fondi comuni di investimento in portafoglio (ptf) e questo fu un cambio epocale in materia di risparmio, spostando l’ago della bilancia sempre più sulla diversificazione, la quale è bene ricordarlo, contribuisce sempre alla riduzione del rischio, all’ammortizzamento della volatilità e ad accrescere le possibilità di rendimento del ptf.

Si arrivò così agli anni ’90 e quanto di buono si era guadagnato in borsa durante la decade precedente, tramite i fondi azionari e bilanciati venne reso con gli interessi, proprio come un’onda di reflusso; sui mercati si abbattè la cosiddetta crisi delle tigri asiatiche, la quale colpi duramente i ptf di molti risparmiatori investiti in fondi, molti dei quali, abbagliati dai guadagni a doppia cifra maturati sino a quel momento e ignari del grado di rischio derivante da un’eccessiva esposizione sull’azionario, avevano perso di vista il concetto della diversificazione per tipologie di investimento e aree geografiche, arrivando così ad una concentrazione elevata su quell’area geografica specifica, l’Asia.

Molti uscirono con le ossa rotte da quel ribasso dei mercati e ovviamente a qualcuno o qualcosa dovettero dare la colpa, poichè come diceva mio nonno:”la colpa è una brutta bestia, non la vuole nessuno”…quindi uscirono in massa dai fondi comuni per ritornare verso gli amati & abbandonati BOT.

Una ristretta “avanguardia” di risparmiatori stoicamente rimasero investiti sui fondi, magari apportando qualche modifica al proprio ptf e al grado di esposizione, ma non tornarono al passato, almeno non del tutto; anche perchè appena terminata la graffiante crisi delle tigri asiatiche, sulla scena si fece largo una nuova stella pronta a trascinare i mercati verso nuove galassie, internet.

Il web e il tech ebbero la forza di stravolgere completamente la scena mondiale, attirando su di essi montagne di capitali, con in testa gli Stati Uniti che furono il centro di questa galassia, avendo sempre avuto un occhi di riguardo allo sviluppo tecnologico a 360°, specialmente se questo è reso fruibile per tutti…si chiama progresso, rubando la citazione a Henry Ford.

Le migliori aziende webtech sono quotate al Nasdaq, la borsa americana dedicata a questo segmento industriale, ma questo già lo sapete; in quegli anni e, più precisamente tra il 1997 e i primissimi mesi del 2000, il Nasdaq salì da 1500pt a oltre 4500pt, impressionante, soprattutto per velocità e trend.

In tutto il mondo la webtech revolution portò a gonfiare i listini a dismisura, per la gioia di molti investitori che avevano intuito che l’azionario porta anche grandi soddisfazioni oltre che altrettante delusioni, ma tantè; ovviamente in Italia non avevamo il Nasdaq ma più semplicemente il “nuovo mercato“, ovvero un segmento di borsa dedicato, dove le nuove aziende nate nel settore webtech potevano quotarsi, la moda era stata lanciata e cercare di circoscriverla, specialmente in Italia, era pressochè impossibile.

Ben presto si assistii a fenomeni del tutto particolari, come il caso di Tiscali e Seat, due per tutti, le cui azioni salirono a prezzi altissimi, arrivando a capitalizzare più di affermate industrie italiane di primaria importanza…non durò molto; ma i casi più eclatanti furono CDB web tech e Basicnet, dove rispettivamente i suffissi web tech e net fecero la differenza, eccome!!!…tali aziende non hanno assolutamente nulla a che fare con il webtech…la prima faceva capo a quella vecchia volpe di Carlo De Benedetti (CDB per l’appunto), il quale fiutato l’appeal di queste corte e accattivanti paroline, fondò una società di private equity, quindi di investimento e la quotò; la seconda, Basicnet…si direbbe una società che si occupa di web no!?!?!…come no?…Basicnet fa maglieria, felpe, maglie sportive etc…in due parole è la “RobediKappa”, noto e storico marchio di abbigliamento sportivo torinese.

Ebbene questi due titoli volarono, per poco tempo ma volarono, proprio come Icaro e il suo celeberrimo volo, arrivando poi a quotazioni irrisorie dai massimi raggiunti, perchè una volta scoppiata la cosiddetta “bolla internet” e preso atto che tutto facevano tranne che innovare tramite il webtech, ebbero un hard landing in termini di quotazione azionaria impressionante, ma ormai chi doveva venderle ai più sprovveduti e ultimi arrivati in borsa, l’aveva già fatto da un bel pezzo…potere della fantasia italiana 2.0

I mercati mondiali salirono, la bolla internet si gonfiò all’inverosimile e, come spesso accade, d’incanto scoppiò, svanendo nel nulla, bruciando come una sfavillante cometa.

Ancora una volta, milioni di risparmiatori ebbero gravi e sostanziali perdite in ptf, sia per chi aveva investito sui titoli singoli, sia per chi aveva investito con i fondi, del resto quando non ce nè non ce nè, per nessuno, e nessuno si salva.

In quasi 20 anni, l’industria finanziaria ovvero le case di investimento mondiali, le quali erano riuscite non senza fatica a farsi milioni di clienti, tramite l’offerta in fondi comuni d’investimento ebbero a fronteggiare l’ennesimo mostro finanziario in grado di mettere a rischio le loro future capacità di business, a causa della disaffezione di molti risparmiatori. Disaffezione creatasi ovviamente per le perdite maturate in ptf a seguito di questi crolli, vuoi per la scarsa, scarsissima cultura finanziaria che gli portò a compiere scelte di investimento dettate in primis sulla base della fiducia nella controparte, poi con il miraggio di guadagni facili, ma con conoscenza pressochè nulla delle dinamiche finanziarie dei fondi stessi e non ultimo, del rispetto dell’orizzonte temporale degli stessi, nel quale i fondi devono essere misurati, come tutto il resto ovviamente, perchè la variabile fondamentale è ancora una volta il tempo.

Quindi si ebbe l’ennesimo fuggi fuggi dai fondi…che sono tutte fregature…dove se ti va bene guadagni solo all’inizio e poi perdi il doppio…e poi costano molto più cari di un BOT o di un’obbligazione…vade retro non ne voglio più sentir parlare…erano alcune delle frasi che andavano e vanno ancora oggi per la maggiore da parte di molti risparmiatori italiani delusi e arrabbiati, senza che mai si sforzino di entrare nel contesto del problema, troppa fatica, forse.

Arriviamo quindi al XXI° secolo con l‘industria finanziaria che deve giocoforza trovare qualche novità per attirare nuovamente l’attenzione dei risparmiatori e convincerli ad aprire nuovamente i loro portafogli, i quali sono come già detto, ritornati prepotentemente sui prodotti classici, se volete poco remunerativi ma meglio che niente.

Così le case d’investimento più all’avanguardia si diedero da fare per trovare qualche nuovo strumento finanziario che potesse attrarre l’attenzione dei risparmiatori, ed alcune, le più dinamiche ci riuscirono… perchè è pur sempre chi prima arriva che meglio alloggia!!!…e nel nostro caso, queste aziende finanziarie faranno” alloggiare” sui loro nuovi prodotti finanziari milioni di nuovi investitori, tirando fuori dal cilindro il coniglio bianco, di un bianco sfolgorante, quasi accecante, a cui molti non sapranno e non sanno resistere tutt’oggi, gli ETF e gli ETC.

Per onor di cronaca, gli ETF erano già presenti sul mercato americano dalla seconda metà degli anni ’90, ma il vero successo di massa lo si ebbe solo nei primi anni 2000; da noi in Italia i primi ETF furono quotati in borsa dal 2002, gli ETC da fine 2007.

Gli ETF e gli ETC, rispettivamente Exchange Traded Fund e Exchange Traded Commodities, non sono altro che dei replicanti, ovvero prodotti che basano la propria performance finanziaria su un sottostante, che può essere un indice azionario, un benchmark (parametro/paniere di titoli di riferimento) o un futures di una commodities (materia prima) nel caso degli ETC.

Gli ETF-ETC sono commercializzati, quotati e gestiti dalle case di investimento che li creano, le quali hanno l’obbligo di garantirne lo scambio e la loro liquidità sul mercato/borsa in cui avviene la quotazione dell’ETF-ETC. Questo è importante perchè ne garantisce la trasparenza e la solvibilità in qualsiasi momento.

Quindi l’ETF-ETC in cosa differenzia da un fondo comune d’investimento che investa nel medesimo settore?…sono veramente migliori di quest’ultimi?…e perchè questi nuovi prodotti hanno avuto e hanno un così elevato grado di successo tra i risparmiatori?…ma soprattutto come funzionano e ancora, mantengono sempre ciò che promettono sulla carta?

FONDO vs. ETF-ETC:

immaginatevi di voler mangiare una fetta di torta, ad esempio la torta cioccolatino, bene…avete diverse possbilità ovviamente, la prima possibilità e che vi facciate un giro per qualche pasticceria della vostra città e assaggiate questa o quella torta, scoprendo che si fa presto a dire torta cioccolatino, poichè non tutte saranno di vostro gradimento, piuttosto troverete che una su tutte vi piacerà di più; il motivo risiede senza dubbio nella soggettività del gusto, ognuno ha il proprio ovvio, ma molto risiede anche nella qualità degli ingredienti scelti dal cuoco-pasticciere, nella sapiente e segreta arte del dosarne le quantità, amalgamare il tutto e seguirne la cottura ovviamente. Su 10 torte, di 10 differenti pasticcerie avremo quindi 10 torte diverse, anche nel prezzo, siete d’accordo?

L’altra scelta è andare al supermercato e comprare quella confezionata dal noto marchio o addirittura il preparato, quindi un prodotto di massa e sempre uguale, nella sostanza e nel gusto, a patto che si rispettino i tempi di cottura, ricordatevelo!!!

Quindi nel primo caso dobbiamo idealizzare il cuoco pasticcere come il gestore di un fondo, ad esempio un fondo azionario italiano che investa nelle 40 azioni più importanti quotati sul listino FTSEMIB; il nostro cuoco-gestore sceglie gli ingredienti, cioè tutti i titoli azionari facenti parte del FTSEMIB, ne dosa le quantità all’interno del fondo stesso e quindi avrà valutato dai suoi studi che ad esempio Enel nel prox futuro avrà maggiori chanches di salita e quindi andrà a sovrappesare il titolo in questione (Enel), mentre andrà a sottopesare ad esempio Fiat perchè sempre dalle sue valutazioni non brillerà particolarmente in futuro. Alla fine delle proprie valutazioni il nostro gestore del fondo azionario italiano, avrà composto un paniere di titoli azionari che poi dovrà trovare riscontro con i risultati sul mercato e nei portafogli dei clienti che l’hanno acquistato. Quindi il gestore ci mette del proprio, facendo delle scelte, prendendosi quindi delle responsabilità (più cioccolata o più burro?) scelte che saranno perseguite in un lasso temporale piuttosto ampio, solitamente almeno qualche mese prima di valutare eventuali cambiamenti al peso dei titoli azionari nel paniere del fondo stesso.

Quando si sottoscrivere un fondo si compra una “fetta di torta” cucinata da questo o quel cuoco, in modo soggettivo, da cui ne deriverà la bontà o meno della scelta effettuata, in una parola, il rendimento.

Al contrario, nel caso dell’acquisto di un ETF, noi acquistiamo un replicante pre-confezionato come già detto prima; quindi per seguire correttamente il nostro esempio e fare un paragone con il nostro fondo azionario italiano, poniamo che si voglia acquistare un ETF sul mercato azionario italiano principale, sempre utilizzando come sottostante l’indice  FTSEMIB. Quindi chi acquisterà l‘ETF FTSEMIB avrà come indice di riferimento l’intero indice FTSEMIB, declinato per complessivi 40 titoli azionari, ognuno dei quali al suo interno avrà come capacità di contributo alla performance di mercato il proprio peso specifico che ricopre sull’indice stesso,  ad esempio Enel peserà per l’8%, mentre Fiat per l’1,5% e così via.

Se nella giornata di borsa, l’indice FTSEMIB farà +1% non è detto che il fondo azionario italiano faccia anch’esso +1%, potrebbe fare +1,5% e quindi sovra-performare l’indice FTSEMIB oppure guadagnare solo +0,50% sotto-performando l’indice dove sono quotate le azioni che compongono il fondo in questione, il tutto dipende da come avranno contribuito i titoli scelti dal gestore in relazione al peso specifico che il gestore stesso gli ha dato nel fondo; invece l’ETF in questione avrà una performance del tutto simile e lineare all’andamento e alla chiusura della giornata di borsa riferita all’indice FTSEMIB, da qui il significato di replicante, quindi all’incirca avrà performato l’1% +/-.

Parlando di costi, vi sono differenze che volendo generalizzare premiano quasi sempre gli ETF, in quanto a monte vi è meno lavoro da svolgere e non si richiede un gestore, quindi i costi sono solitamente inferiori in capo ad un ETF rispetto ad un fondo, anche se questo era maggiormente avvertibile sino a qualche anno fa, oggi la differenza è più contenuta tra le due tipologie di prodotto sul medesimo mercato di riferimento.

Non si può dire a priori quale strumento finanziario sia migliore e quindi più redditizio, in quanto sono simili per mercato di riferimento e classe di rischio, ma differenti per approccio, il fondo ha un approccio soggettivo, mentre l’ETF oggettivo.

L’investitore che vuole avere un prodotto “artigianale” dove qualcuno, alias il gestore, ci ha messo del suo, con analisi e studi, opterà per questa strada, al contrario, colui che cerca un prodotto lineare, pesato per valori e standardizzato, opterà per l’ETF.

Successo degli ETF-ETC:

è qui che a mio parere si gioca tutta la partita, sulla novità portata sui mercati da questi strumenti finanziari… like a virgin, touched for the very first time” ; come già detto gli investitori erano stanchi, delusi ed annoiati dai fondi e quindi come in tutti gli scenari commerciali avevano bisogno di una novità che catalizzasse la loro attenzione, che avesse eccellente appeal, offrendo la reale possibilità di investire su mercati e prodotti, in modi sino ad allora inimmaginabili o non considerati e, non ultimo, ovviamente la promessa di guadagni accattivanti, perchè questi devono essere sempre ben presenti nel piatto dell’offerta migliore.

Ricordate il film “una poltrona per due”???…è un classico del periodo natalizio, bene…quel film che oggi ha più di 30 anni, oltre ad essere divertente e piacevole, è stato assolutamente pionieristico di quello che sarebbe successo una ventina di anni dopo.

Il film è la storia di due personaggi, un bianco e un nero, il bianco,  Louis Winthorpe (Dan Aykroyd) era un agente di cambio che lavorava per una delle più potenti famiglie di Filadelfia, i Duke, al cui vertice vi erano i due fratelli ottuagenari, Mortimer e Randolph Duke, due miliardari attaccati al denaro come molti loro simili.  La Società Duke&Duke operava nel trading a tutto tondo, in special modo sul mercato delle materie prime.

I fratelli Duke, da veri squali di Wall Street ebbero l’idea di scommettere ben 1$ sulle reali o presunte capacità finanziarie in materia di trading borsistico del loro agente di cambio preferito, Winthorpe per l’appunto, piuttosto che su quelle di un qualunque “poveraccio” preso dalla strada e nello specifico, di uno di colore, Mr.Valentine (Eddie Murphy).

Non racconto oltre per quei pochi che non avessero visto film o non si ricordassero l’epilogo, ma il fulcro della questione è quantomai attuale; negli anni ’90 se qualcuno avesse mai avuto l’idea di voler investire e/o speculare sul prezzo delle materie prime come oro, rame, grano, petrolio, zucchero, gas naturale, mais, alluminio, pancetta di maiale, succo d’arancia etc…avrebbe dovuto essere un’operatore abilitato o un broker, e ovviamente  coloro che svolgono questo tipo di attività lo fanno per conto terzi nel 99,99% dei casi, ovvero per soggetti e clienti (aziende) realmente intenzionati all’acquisto della materia prima in questione per poi rivenderla o trasformarla in prodotti finiti.

Oggi invece, chiunque tramite l’acquisto di un ETC può prendere una posizione al rialzo o a ribasso sul prezzo di questa o quella materia prima, senza necessariamente essere interessato all’acquisto reale della materia stessa o alla sua trasformazione e/o commercializzazione finale.

Quindi oggi il broker non è sparito, ma per quanto riguarda gli ETC è stato sostituito dalla società finanziaria emittente l’ETC stesso, la quale rendendo disponibile “l’acquisto” di una materia prima tramite un “semplice” strumento finanziario, si fa carico di tutti gli adempimenti obbligatori derivanti da tale attività sulle commodities…e quali saranno mai questi obblighi contrattuali?…su cosa si basano?…e quanto costano?

Come funziona e quanto costa un ETC:

Il prezzo di tutte le commodities è stabilito dai contratti futures, ovviamente esiste un futures per ogni commodities quotata; ogni futures, che è un contratto derivato, viene regolarmente negoziato in borsa ed ha una sua scadenza predeterminata, alla quale il contratto futures scade e la merce deve essere consegnata obbligatoriamente al contraente del contratto al prezzo pattuito all’atto dell’acquisto; tutto questo a meno che il sottoscrittore non effettui il rinnovo del contratto futures tramite il cosiddetto rollover (rinnovo) e questo lo si fa solitamente nei giorni precedenti la scadenza del futures per mantenere aperta la posizione nell’attesa che il prezzo della commodities possa salire o scendere, il tutto dipende da che posizione si ha assunto, rialzista o ribassista, ovviamente.

Ad esempio, mentre un broker che annovera tra i suoi clienti una ditta petrolifera, che sarà quindi realmente interessata ad acquisire una certa quantità di barili di petrolio con consegna fra 2 mesi, perchè poi dovrà trasformarla in benzina e rivenderla, questa società, tramite il suo broker vorrà fissare oggi il prezzo del petrolio per quella consegna che avverrà unicamente a quella data predeterminata, ossia alla scadenza del contratto futures, accollandosi ovviamente anche tutti i costi accessori per la consegna reale della merce; invece nel caso di un ETC tutto ciò non avviene.

Infatti, chi compra un ETC, nel nostro esempio un ETC sul petrolio, non sarà minimamente interessato a ritirare il corrispettivo del suo investimento in barili di petrolio a scadenza, sia che abbia acquistato una cifra irrisoria, magari nemmeno corrispondente  ad un barile di greggio, piuttosto che abbia investito una cifra più importante rappresentativa di diversi barili di petrolio; chi acquista un ETC lo fa solo ed unicamente con l’intenzione di speculare sul prezzo della commodities sottostante e quindi sul valore quota dell’ETC comprato per trarne un profitto.

Infatti nessuno di coloro che hanno acquistato quote di un ETC sul petrolio e mantenute queste quote  magari per qualche mese, dove nel frattempo il contratto futures sottostante è scaduto più volte, si son dovute occupare del rollover del futures sottostante e nemmeno si sono viste costrette a recarsi presso il porto di consegna del greggio per ritirare il corrispettivo in barili, pagando anche le commissioni per la consegna, come mai?

Semplicemente perché la società emittente l’ETC vi solleva da questo obbligo, sollevandovi anche dal noioso problema della scadenza del futures, di cui sarà sua premura fare il rollover per mantenere vivo e quotato l’ETC stesso, ma tutto questo ovviamente non pro-bono.

La società vi applica i costi decurtandoli direttamente dal valore quota dell’ETC mentre esso stesso quota a mercati aperti, spalmandola solo su più giorni, in modo da rendere più soft il tutto; se nel giorno di scadenza del futures su cui si regge il nostro ETC noi lo abbiamo ancora in portafoglio, con ogni probabilità assisteremo allo scostamento del prezzo dell’ETC dalla variazione della quotazione del petrolio, con conseguente perdita di denaro, sia che l’ETC salga sia che scenda.

Se il petrolio fa +1%, il nostro ETC farà +0,50% e qualcuno ignaro si chiederà il perché di questa discrepanza, oppure se il petrolio calerà del 1%, il nostro ETC scenderà del 1,5% per “equità”  di trattamento; la differenza sono i costi di rollover, ove  non vi sia anche una percentuale di esposizione al cambio di valuta.

Fondamentale è quindi sapere, conoscere e valutare tutto un insieme di fattori che sono propri del trading su commodities, riassumibili in: natura e funzionamento del prodotto che si va a sottoscrivere, fattore tempo in base alle scadenze futures della commodities prescelta, costi complessivi, stagionalità eventuale della commodities e non ultimo, capacità reale di replica dell’ETC sul futures sottostante, la quale non sempre è così precisa e fedele.

Potete ben vedere che è tutt’altro che semplice fare trading o investire sulle commodities e non perché queste siano per forza maggiormente rischiose rispetto al mercato azionario, ma più semplicemente perché i prodotti fungibili, gli ETC, che si prefiggono di replicare fedelmente il loro andamento, così fedeli non sono, perché derivano da un contratto (futures) che è realmente l’unico modo di sapere con certezza a che prezzo scambia il petrolio piuttosto che il mais.

Ma per acquistare futures, occorrono soldi…tanti soldi e si rischia tanto…ma tanto, e bisogna attenti accantonando dei soldi a margine, su un apposito conto, altrimenti il contratto sottoscritto potrebbe anche avere risvolti poco piacevoli e soprattutto, se non si è realmente interessati alla materia prima, vi consiglio caldamente di liberarvi del futures prima della sua scadenza per motivi già espressi sopra.

Quindi provate a farvi un’idea di quanti “rompiscatole” ogni giorno, tramite la compravendita di ETC, su tutte le commodities vadano ad interferire con i loro contratti su quella che è la quotazione della commodities stessa nonché su coloro che sono realmente interessati al bene di consumo su di cui si va a fare prezzo.

Un ETC che spiega benissimo quanto sia distante l’idea di investire su una determinata commodities dalla realtà di farlo, la troviamo nel Re di tutti gli ETC…l’ETC Natural Gas, detto “la bestia” per la conclamata capacità di mietere vittime e bruciare i soldi di chi ci ha investito negli ultimi anni.

Uno legge natural gas e giustamente comincia a farsi un’idea in merito a quale gas possa trattare questo strumento finanziario e, per un italiano è facile pensare che possa essere gas di provenienza russa, ovvero il gas che ci serve per riscaldamento durante i mesi invernali, visto che è quello che utilizziamo noi italiani ed europei tutti.

Bene, sappiate che non è così, l’ETC non fa prezzo sulle quotazioni del gas russo, ma sul prezzo del natural gas americano!!!…per la precisione lo shale gas, cioè il gas contenuto nelle rocce di scisto che si trovano nel sottosuolo americano e canadese in enorme quantità, talmente enorme che USA e Canada “galleggiano” letteralmente su queste enormi rocce, e si stima che potendo sfruttare a pieno questa risorsa, gli USA potrebbero essere indipendenti dal petrolio per almeno un centinaio di anni.

Sarebbe troppo bello e facile non trovate?…il primo problema è che per estrarre lo shale gas bisogna perforare queste rocce mediante una tecnica denominata fracking, la quale però è piuttosto pericolosa e mette in pericolo l’integrità delle falde acquifere, con rischi potenziali enormi e devastanti; quindi questa tecnica, in continuo affinamento, risulta particolarmente costosa e questi costi incidono inevitabilmente sul prezzo finale del natural gas che se diventa troppo caro poi non è più economico, perdendo appeal nei confronti dei derivati petroliferi…è come se il nostro gpl arrivasse a costare tanto quanto la benzina se non di più, nessuno ne valuterebbe l’uso e il consumo; se invece il prezzo scende troppo, i costi estrattivi sono tali da non giustificarne l’estrazione, con conseguente chiusura dei pozzi d’estrazione, un bel rompicapo non trovate?!?!?

Come se non bastasse, questo tipo di gas non è attualmente esportabile per il consumo globale, quindi rimane a stretto appannaggio del consumo degli USA e Canada; inoltre non viene usato per l’autotrazione se non per piccole eccezioni locali e quindi la platea di papabili clienti è ancora piuttosto ristretta, contingentandone l’utilizzo e il prezzo.

Il suo uso primario è come combustibile per riscaldamento invernale e per il condizionamento d’aria in estate per molti edifici pubblici e privati, quindi il suo consumo è figlio anche della stagionalità, dove per stagionalità intendo anche gli uragani che colpiscono la costa est americana e il golfo del Messico (Texas, Florida, Lousiana).

Il prezzo si basa sulle consegne di natural gas presso il sito di Henry Hub in Lousiana e viene negoziato dalla CME (Chicago Mercantile Exchange) tramite futures con rollover bimestrali solitamente; il prezzo spot, cioè per la consegna immediata e non a data futura prestabilità (futures) viene negoziato al Nymex di New York ma quest’ultima quotazione è ben maggiore e fuorviante perché non viene considerata dal nostro ETC che invece si basa sul futures, quindi a noi interessa il prezzo sulla consegna a Henry Hub chiaro!?!?!

Il prezzo del Natural Gas è fortemente influenzato dalla stagionalità, inverni estremamente freddi nel continente americano o estati torride, piuttosto che come accennato sopra, dagli uragani che annualmente investono gli USA, proprio nelle zone ove sono situati i pozzi di estrazione del natural gas; succede così che nell’agosto del 2005 la Lousiana e la città di New Orleans vengono devastati da uno dei più potenti uragani che abbiano mai colpito gli USA, Katrina.

Una tragedia immane, prima umanitaria e poi economica, una devastazione totale; Katrina distrusse tutto, vite umane, città, case e anche buona parte dei pozzi atti all’estrazione di natural gas, con la conseguenza che il prezzo del gas schizzò a prezzi altissimi, più del doppio rispetto ai giorni pre-Katrina.

In ultimo, tutti i giovedì, di tutte le settimane, alle ore 16.30 italiane esce il dato sulle scorte di gas e questo è portatore di elevata volatilità sulle quotazioni del natural gas e del relativo ETC.

Adesso forse vi siete fatti un’idea di cosa ci sta dietro ad un ETC…o forse è meglio dire cosa ci sta sotto in questo caso specifico; non mi stancherò mai di suggerirvi di essere curiosi e di informarvi, specialmente quando investite in vostri soldi e vi sembra di farlo nel modo più semplice e accattivante possibile, come sino ad oggi non vi era mai parso, perché infatti, molto spesso così non è.

Oggi sul mercato di borsa italiana sono disponibili diverse categorie di ETF-ETC, da quelli standard e lineari, a quelli short che scommettono sul ribasso di un indice o di una materia prima, a quelli strutturati, ovvero con leva finanziaria che hanno la capacità di moltiplicare X2 guadagni e ovviamente perdite a seconda della posizione assunta su quell’indice o materia prima, con anche al loro interno una struttura matematica che fa si che che più tempo teniate il vostro ETF-ETC più questo perde di fedeltà e si discosta nei confronti del suo indice/commodities/parametro sottostante, quindi perdete soldi.

Tutto questo bengodi è disponibile per tutti, come se ci trovassimo in un Luna Park o forse, meglio dire in un Casinò, dove si entra con l’illusione di fare serata e poi spesso si esce più leggeri di quando si è entrati…perchè il brilluccichio e la folgorante idea di trasformarsi in colui che tutto può con i suoi soldi è dannatamente accattivante, perlomeno tanto quanto i sogni.

 

Riproduzione riservata.

Questa è la tabella dei contratti future di tutte le commodities quotate e di seguito ciò che successe sui listini ed economie asiatiche durante la crisi delle tigri asiatiche, in ultimo la variazione di prezzo del future sul natural gas durante Katrina:

tabellacontrattifutureAsian

Gas naturale(Mensile)20131226113740

 

 

 

 

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